Se chiedete a qualcuno cosa si parli in Sicilia, vi risponderà senza esitare: il siciliano. Eppure, se vi spingete tra i rilievi ombrosi dei monti Nebrodi, superando i ripidi tornanti che salgono verso borghi come San Fratello, Novara di Sicilia o Sperlinga, accadrà qualcosa di strano.
Entrando nei bar di pietra o ascoltando gli anziani seduti sulle panchine al sole, le parole che sentirete non assomigliano a nulla che abbiate mai sentito nell’isola. Nessuna “o” finale marcata, nessuna cadenza catanese o palermitana. Sentirete suoni stretti, vocali velate e consonanti francesizzanti: «G’mue», «Ciasu», «Fóu».
State ascoltando il Gallo-Italico della Sicilia: una vera e propria isola linguistica medievale sopravvissuta per quasi mille anni nell’entroterra siciliano.
Come è arrivato il “francese” nel cuore della Sicilia?
Per capire questo mistero bisogna fare un salto indietro nel tempo, fino all’anno 1061. I Normanni, guidati da Ruggero I di Altavilla, stavano riconquistando la Sicilia strappandola al dominio arabo. Ma l’isola era spopolata e servivano braccia e famiglie fedeli per ripopolare l’entroterra strategico.
È così che la nobile Adelaide del Vasto, terza moglie di Ruggero I, portò con sé una vastissima comunità di coloni provenienti dai suoi feudi tra il Piemonte, la Liguria di ponente e la Lombardia. Dalla pianura padana e dalle valli alpine, migliaia di contadini, soldati e artigiani si trasferirono nell’altopiano siciliano, fondando e ripopolando interi paesi.
I nuovi abitanti non adottarono il dialetto locale. Chiusi nella quiete dei loro borghi arroccati sulle montagne, continuarono a parlare la propria lingua madre. E lo hanno fatto per quasi un millennio, custodendo un’eredità linguistica intatta che resiste ancora oggi.
I dettagli che incantano il viaggiatore
Camminare per le strade di San Fratello o Novara di Sicilia ad ottobre regala una sensazione di spaesamento quasi poetico:
• I suoni del Nord, l’accoglienza del Sud: Sentire i locali parlare tra loro con fonemi che ricordano il piemontese o l’antico ligure, mentre intorno profumano i fichi d’India e la legna dei camini, crea un cortocircuito culturale indimenticabile.
• I formaggi storici: A San Fratello non potete non assaggiare la Provola dei Nebrodi, mentre a Novara l’arte casearia ha dato vita al celebre Maiorchino, protagonista di un’antica sfida popolare in cui le forme di formaggio vengono fatte ruzzolare lungo le discese in pietra del borgo.
• I Cavalli Sanfratellani: Tra i boschi di querce e faggi che circondano il paese vive una razza equina autoctona, forte e selvaggia, simbolo di questa terra di confine tra epoche diverse.
Perché scoprirla in autunno?
Ottobre è la stagione d’oro per esplorare la Sicilia gallo-italica. I boschi del Parco dei Nebrodi si accendono dei colori del foliage, l’aria dei monti si fa frizzante e le trattorie di montagna portano in tavola i sapori più autentici: funghi porcini, castagne, carni alla brace e i dolci della tradizione delle feste.
Visitare questi borghi significa fare un viaggio doppio: un itinerario nella natura incontaminata dell’isola e un tuffo in un Medioevo mai del tutto scomparso.
Ti affascina la Sicilia meno conosciuta?
Dalle colonie medievali nascoste sui monti ai rituali antichi custoditi nei borghi più intimi, disegniamo viaggi su misura per chi vuole vivere l’isola lontano dai soliti percorsi.
Foto dal web: Getty images, Italics art, MagiareBuono, 101 Zone, Tripadvisor









